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Pontoni di carica


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I Pontoni di Carica

Nota Bene: questo articolo è stato scritto prima che il sommergibile TOTI giungesse a destinazione presso il Museo della Scienza e della Tecnica a Milano

 

Sapete cosa sono i pontoni di carica? Per chi non lo sapesse lo spiegherò in queste righe.

Tra la domanda che vi ho fatto ed una notizia che ho ascoltato alla radio, che avrebbe risolto il caso "TOTI" mandandolo a La Spezia, c'è un collegamento. Si è parlato molto di questo sommergibile, donato dalla nostra Marina Militare al Museo delle Scienza e della Tecnica di Milano. Tutti conoscono l'attuale situazione, non sappiamo però come finirà, giacché lo scafo del sommergibile è tuttora ormeggiato a Cremona. Questa storia è cominciata con molte manifestazioni, inviti, incontri: c'è stato un gran parlare e mettersi in mostra da parte di Politici, Militari e Istituzioni. I giornali e le varie reti televisive non hanno perso l'occasione per dare spazio e tempo a questo avvenimento. Per dare maggior risalto ed atteggiamento trionfale alla cosa, si è scomodata anche la banda musicale della Marina Militare Italiana. Questa ha dato eccellente saggio di se in un inappuntabile concerto. Insomma tanto clamore iniziale per poi finire col parlarne con un senso di vergogna, con una stretta al cuore nel vedere un monumento andare un giorno dopo l'altro in rovina, in un malinconico silenzio.

Tutto questo mi appare il contrario di quelli che furono i progenitori del "TOTI" , i capostipiti della flotta subacquea italiana. Essi, infatti, iniziarono la loro vita in silenzio, sotto falso nome, ormeggiati in moli poco appariscenti e addirittura camuffati.

La loro attività, dapprima di semplice fornitura energetica, divenne poi semi clandestina. E' grazie a questo duro , poco nobile ma tenace lavoro, che ebbe inizio ciò che successivamente portò al riconoscimento, agli inviti, ai discorsi e giustamente alla banda Militare.

Vi chiederete ora chi erano questi genitori. Guarda caso, per uno scherzo del destino, hanno nomi che appaiono proprio adatti ad un padre e ad una madre, "VORTICE" e "GIADA" . Questi due sommergibili, per non fare tutta la cronistoria che sarebbe lunga e magari noiosa, sono gli unici due che si salvarono dalle pesanti e durissime condizioni limitative del "Diktat " di Parigi.

In sostanza si vietava di possedere una flotta subacquea. Con una serie di stratagemmi e d'astuzia all'italiana, questi due battelli furono classificati ufficialmente come "PONTONI DI CARICA" e denominati rispettivamente, V1 e V2 . Finalmente ho dato la risposta alla domanda iniziale.

I due furono allontanati dalle zone normalmente riservate ai sommergibili e relegati in una darsena dell'Arsenale della Marina Militare di Taranto. Furono provvisti di false sovrastrutture che venivano rimosse prima di ogni uscita. Le uscite avvenivano solo nelle ore notturne. Prendevano il mare aperto "segretamente" dove s'immergevano per svolgere la normale attività addestrativa dei primi corpi di sommergibilisti italiani. Fu così che questi vecchi ma tenaci battelli, costituirono l'anello di congiunzione e di comunità delle nuove forze armate subacquee italiane.

Essi permisero di addestrare e formare le nuove leve di sommergibilisti, senza interruzione, sebbene in forma ridotta e con molta discrezione. Questo metodo di operare semiclandestino durò fino al dicembre 1951, quando vennero considerate decadute le clausole del Diktat di Parigi. A quel punto i famosi "pontoni di carica" abbandonarono le sigle provvisorie e si riappropriarono dei loro nomi, sbarcando definitivamente le false sovrastrutture ed entrarono ufficialmente nelle Forze Armate Navali italiane. Pensate che il " Vortice " , unità della classe "Flutto" prima serie, venne impostato il 3 gennaio 1942, fu varato il 23 febbraio 1943 e venne radiato il 1 agosto 1967, dopo ben 24 anni di quasi ininterrotto servizio.

Mi auguro che oggi il loro discendente "Toti" possa trovare un luogo degno del suo nome e dove possa essere visitato. Se i suoi genitori sono riusciti a sfuggire alla fiamma ossidrica subito dopo la guerra, di certo non sarà lui a fare una fine così ignobile.

 

Rolando Maeran.


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